Il 16 gennaio 2017 a Davos, in Svizzera, sono stati presentati i risultati della quarta edizione del Global Talent Competitiveness Index (GTCI), indagine internazionale che classifica 118 nazioni nel Mondo in base alla loro capacità di sviluppare, attrarre e trattenere talenti. Realizzato da Adecco Group, in collaborazione con Insead e Human Capital Leadership Institute, l’indagine tiene conto dell’88,7% della popolazione mondiale.

Dallo studio si evince che il talento è un fattore decisivo nel mercato del lavoro, ma oramai è un bene più raro che prezioso, specie in alcuni Paesi e aree del pianeta.

Un’anteprima dei dati emersi dall’indagine e alcune brevi interviste ad alcune delle persone coinvolte sono disponibili nel video seguente (il link al report completo lo trovate a fine articolo):

Il GTCIndex distingue due tipi di talenti:

  • le competenze di medio livello, acquisite da persona che ha seguito la sua vocazione e si è formata secondo i percorsi tradizionali (scuola, università, ecc.) e che assume un ruolo tecnico di lavoratore professionista;
  • le competenze di alto livello, intese come competenze altamente professionali, manageriali e di leadership, che sono in grado di generare elevati impatti economici per se stesse e per gli altri.

Il Paese più attrattivo a livello mondiale, secondo l’indice GTCI 2017, risulta essere la Svizzera, seguita da Singapore e Regno Unito. L’Italia si colloca al 40° posto per capacità di attrarre talenti.

La situazione in Italia

Il nostro Paese è al 28° posto della classifica in base alla capacità di formare nuovi talenti, dati che a noi non sembrano essere confortanti rispetto al ruolo che assume l’Italia tra i grandi del pianeta. Ne deduciamo che il nostro sistema formativo non garantisce sempre lo sviluppo di competenze trasversali legati alle capacità manageriali e/o imprenditoriali che dovrebbero affiancarsi a quelle tecnico/nozionistiche. Meglio alcune città come Torino e Milano che spiccano per attrattività dei talenti, ma che non reggono il confronto con città del nord Europa come Copenaghen, Zurigo e Helsinki.

Spicca la mancanza di percorsi formativi in Italia per preparare i talenti su competenze digitali e l’incapacità del sistema universitario a comprendere la gravità del fenomeno e a proporre soluzioni veloci ed efficaci. Altro punto dolente è il costo del lavoro e la mancanza di strategie efficaci per agevolare l’innovazione; ai dati sconcertanti sulla disoccupazione giovanile, dobbiamo infatti associare quelli del cosiddetto brain drain: si stima che dal 2010 al 2020 l’Italia perderà circa 30.000 ricercatori, che costeranno in totale oltre 5 miliardi di Euro e che andranno a contribuire allo sviluppo di altre nazioni in grado di offrire condizioni economiche e di lavoro più attrattive. La Germania attrae lo stesso numero di talenti che esporta mentre Svezia, Uk e Francia sono in attivo (+20%, + 7,8% e + 4%).

A nostro avviso il quadro è molto sconfortante, specie se si tiene conto dell’enorme gap culturale del Sud Italia rispetto al concetto stesso di lavoro e l’evidentissima incapacità del sistema politico (in cui non si intravede un reale cambio generazionale) a proporre soluzioni efficaci.

Link utili

Indagine completa GTCIndex e infografica